Ricordo di Michelina Borsari
Di tratteggiare la fisionomia culturale di Michelina, la sua figura di studiosa, il ruolo che ha svolto come intellettuale si occuperanno meglio di me coloro che più da vicino hanno collaborato con lei, condividendo profondità di conoscenze, ampiezza di orizzonti e di progetti; e già leggiamo sui giornali il ritratto di questa donna colta e lungimirante che ha arricchito la robusta formazione filosofica con straordinarie intuizioni e capacità organizzative che l’hanno resa interprete acuta della cultura del nostro tempo.
Qui desidero invece, più modestamente, restituire di Michelina il volto che ho conosciuto io, prima del successo e della notorietà mediatica, nel percorso che potrei definire dal Muratori al Muratori, vale a dire dal liceo da noi frequentato come scolare al liceo cui siamo poi tornate come insegnanti. Un percorso faticoso ed esigente, a partire da un ginnasio pesantissimo (lei rifiutò quello massacrante griffato Vitali per passare nel più vivibile corso A e non certo per incapacità…), poi il liceo, gli studi universitari e la scelta di insegnare. Ma anche qui la strada era in salita. Ci attendevano infatti corsi abilitanti ordinari (riservati cioè a chi non aveva incarichi nella scuola, ma tutt’al più supplenze temporanee) con obbligo di frequenza pomeridiana quotidiana. I nostri docenti erano tutti, tolto il professor Sini, muratoriani e tutti esonerati dall’insegnamento per dedicarsi ad abilitare le nuove leve di insegnanti: Giuseppe Bellentani, Antonietta Abbati Marescotti, Maria Grazia Barbieri. E proprio a supplire la Barbieri fu incaricata Michelina; così come a Paola Cortellini fu assegnata la supplenza della Abbati e a me quella della Arata (impegnata in altro corso abilitante). Affrontammo così un periodo durissimo non senza qualche inquietudine identitaria per così dire pirandelliana: insegnanti al mattino, discenti al pomeriggio, preparazione delle lezioni per le classi assegnateci, studio per quanto ci richiedevano i nostri docenti negli incontri pomeridiani.
Ma Michelina mostrò già in quel frangente tutte le sue doti: determinata, senza indulgere al vittimismo, rigorosa nella duplice preparazione richiesta, appassionata nell’insegnare e nell’apprendere, ma anche decisa a far valere i nostri diritti di corsisti abilitandi alquanto stritolati dagli orari pesanti( quattro ore ogni giorno) e dalla mole di lavoro. Collaborava con la Grazia Barbieri, la titolare di cattedra come si diceva allora, con l’umiltà, dote di ogni studioso, ma senza soggezione, consapevole del proprio valore e della propria preparazione. Ne nacque un’amicizia forte che Michelina rievocò poi con accenti commossi, che ricordo bene, quando Maria Grazia venne a mancare. Dopo la tanto faticosa quanto brillante abilitazione conseguita, non ci attendeva, però, come avevamo sperato, il ritorno al nostro liceo, ma un periodo di cui Michelina ed io condividemmo la frustrazione e la sensazione di fallimento e inutilità del nostro lavoro. I lunghi anni di insegnamento nei professionali in provincia, dove agli studenti interessavano solo le materie strettamente connesse al lavoro cui si preparavano, e per lo più erano fieramente ostili alla letteratura e alla filosofia, avevano generato in noi una demotivazione e una opacità che ci confidavamo a vicenda, fra castigo e colpa.
Ma finalmente si aprì per entrambe il periodo cui ora la memoria ritorna con piacere: si offrì infatti la possibilità per entrambe di insegnare al Muratori nel nuovo corso di Sperimentazione linguistica: un corso moderno, impegnativo nella sua novità per gli studenti, ma anche per noi insegnanti, in cui si studiavano tre lingue straniere, ma non il greco e si conservavano latino e filosofia con un parallelo rafforzamento delle discipline scientifiche. Michelina e io ci ritrovammo dunque insieme dopo gli anni difficili; ebbi la fortuna di averla collega nelle mie stesse classi: io insegnando italiano e latino, lei storia e filosofia. Fu una collaborazione stretta e feconda: concordavamo i titoli dei temi da assegnare che poi correggevamo ciascuna autonomamente per confrontarci successivamente sul giudizio, quasi sempre coincidente. A lei si doveva la proposta di iniziative innovative in cui già manifestava la sua capacità di pensare in grande, la sua originalità di visione. Ogni tanto in consiglio di classe emergeva qualche sua posizione intransigente, ma mai rifiutava il dialogo.
Ho qui sotto gli occhi una fotografia di classe che sono andata a cercare, in cui compariamo entrambe, allora giovani, lei a sinistra, io a destra della classe che avevamo in comune, e rivedo il suo sguardo intelligente e acuto e il suo sorriso spesso allusivo, non di rado ironico.
Con dispiacere la salutammo con la solita piccola cerimonia riservata a chi andava in pensione, ma per lei non iniziava certo un periodo di…quiescenza, cominciava anzi il percorso che l’ha portata a essere una protagonista indiscussa della scena culturale nazionale e internazionale. Infine mi piace sottolineare che Michelina rappresenta anche il cammino emblematico che, sia pure a un livello più modesto del suo, noi donne nate negli anni Cinquanta del Novecento abbiamo compiuto con le nostre battaglie e le nostre conquiste di libertà e autodeterminazione sul crinale fra vecchio e nuovo, fra conservazione e cambiamento.
Dopo la sua uscita dall’insegnamento ci siamo nuovamente incontrate solo dopo molto tempo, ma un altro filo ci aveva unite quando ebbi come studentessa Caterina, la amata nipote che ora ha seguito le orme della zia insegnando Filosofia nelle più prestigiose università in Francia. Era il 28 novembre 2014 allorché Michelina accettò l’invito dell’allora Presidente degli Amici del Muratori, Giorgio Zanetti, a partecipare insieme con Valerio Massimo Manfredi alla cena sociale della Associazione, discutendo il tema dei rapporti fra cultura e società di massa: il suo fu un intervento come sempre ricco e profondo con l’invito a riflettere sui mutamenti radicali che hanno investito i mediatori classici della cultura entro una società che da solida è divenuta liquida. Ci salutammo affettuosamente. Non la avrei più rivista
Roberta Cavazzuti
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Lo scorso 21 agosto ci ha lasciato Michelina Borsari, ex alunna ed ex insegnante del liceo Muratori, iscritta alla nostra Associazione, di cui fu ospite in occasione della cena sociale del novembre 2014.
Michelina è stata una grande intellettuale, che ha impegnato un sapere profondo e vastissimo al servizio di una mente raffinata e sensibile, aperta e visionaria: si può dire che abbia creato la formula del festival culturale “in piazza”, dimostrando che anche una città per tradizione vocata all’industria e all’artigianato può’ diventare capitale globale per le avanguardie del pensiero.
Modena le deve moltissimo: dalla lunga collaborazione con la Fondazione Collegio San Carlo, culminata con la formidabile intuizione, e realizzazione, del Festivalfilosofia, fino al progetto della facoltà umanistica, che ha arricchito il nostro ateneo, in precedenza specializzato nelle discipline giuridiche, economiche e scientifiche.
Più lontano nel tempo ma non meno importante e’ il segno lasciato dal suo lavoro di insegnante di Storia e Filosofia: nelle classi della maxi sperimentazione linguistica del liceo Muratori, il suo contributo impareggiabile ha offerto ad alunni e docenti ( io fui sua collega di corso dall’88/89) il supporto concettuale e di conoscenze su cui costruire una didattica autenticamente condivisa, critica e interdisciplinare, che dalla consapevolezza del passato sapesse aprirsi alle prospettive del futuro.
La sua città e la sua scuola la ricordano con grande stima e infinita riconoscenza
Donata Ghermandi,
presidente Amici del Muratori